Associazione culturale "La Ramona"

San Pietro in Trento e la sua Pieve

 

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San Pietro in Trento – “Sa Pir in Tranta" e la Pieve

 La Pieve di S. Pietro in Trento sorse su un territorio d'antica antropizzazione che in epoca romana fu certamente parcellato ed abitato da coloni.

La centuriazione dell'area è attestata dalla presenza dell'attributo ubicatorio della Pieve stessa: in Trenta, anticamente in Trentula (30° miglio). Tale toponimo, citato dal 982, ne richiama un altro, quello di Ducenta, località situata oltre il fiume Ronco nel territorio della Circoscrizione di S. Pietro in Vincoli. I due paesi sono collegati oltre che da un numerale di origine gromatica anche da un rettilineo viario (via Osteria), la cui prosecuzione con lo stesso andamento si legge oltre il corso del Ronco nella via di Ducenta. Deve trattarsi di un cardine superstite dell'antica sistemazione romana. Oltre a questi e pochi altri labili segni, non si conoscono, allo stato attuale, frequenti recuperi di materiali archeologici pertinenti gli stanziamenti rustici romani, che dovevano esservi come nel vicino territorio decimano e nel confinante territorio di Russi.

La pieve

Si segnalano a sostegno di quest’affermazione resti di monumenti sepolcrali, ritrovati presso la Pieve.

La prima lapide, attribuita a San Pietro in Trento, è di un classiario, M. Furnius Alexander, di probabile origine greca, vissuto quarantacinque anni, di cui venticinque trascorsi in servizio presso la flotta romana di Ravenna.

Il monumento viene posto da una liberta, che si definisce coniuge, ed attesta che nella zona si insediarono, impiegati in attività diverse, dei marinai congedati dal vicino centro portuale.

Un secondo monumento è dedicato dagli eredi (non necessariamente consanguinei) a L. Scantius e a T. Scantius, probabilmente anch'essi ex marinai ravennati che avevano deciso di impegnare in questi luoghi I'esperienza ed i beni acquisiti in lunghi anni di lavoro nella marineria.

Infine una terza lapide ricorda Q. Sextilius Barbula che la fece erigere per sé e per la liberta Flavia Prima, sua concubina. In questo monumento vengono definite le misure dell'area sepolcrale, corrispondente a circa 40 metri quadrati. Ciò denota nei personaggi una discreta capacità economica che ci permette di ipotizzare fossero dediti ad attività agricole e terziarie di buon profitto.

Questi documenti rivestono un certo interesse anche perché ci consentono di ricevere, da un passato così lontano, alcune notizie che ci fanno riflettere su quanto diversamente dalle nostre fosse organizzata la "familia" dei romani. I liberti, cioè gli schiavi che il padrone aveva reso Iiberi, entravano a tutti gli effetti a far parte della famiglia di colui che non era più il padrone, ma il patrono. I liberti prendevano addirittura il nome di coloro di cui erano stati gli schiavi. Il legame affettivo, ma soprattutto economico, non s’interrompeva quindi con l'emancipazione.

Presso i militari romani poi, come dimostra la lapide di Quintus Sextilius Barbula, spesso la liberta era anche la donna del soldato.

Infatti, il militare non poteva sposarsi prima della fine del servizio, che durava più di vent'anni. I marinai della flotta si costituivano così una famiglia illegale, scegliendosi come compagne le proprie liberte. Per questo motivo i monumenti funebri ne riportano il nome: esse riposano spesso nella stessa tomba con il loro compagno di vita.

La presenza di due fiumi, gli attuali Ronco e Montone, che con diverse denominazioni a seconda delle diverse epoche storiche hanno cambiato letto o hanno alluvionato e impaludato la gran parte di queste terre, ha prodotto un considerevole pacco di terreno alluvionale che ora insiste sui resti delle opere edilizie dei Romani. La prova di tali variazioni nel livello del suolo si è potuta vedere in anni recenti, durante la posa di tubazioni nel centro del paese di S. Pietro in Trento: a poche decine di centimetri dalla superficie si rilevava per oltre un metro di profondità uno strato di argilla alluvionale priva di qualsiasi traccia antropica. Documenti scritti vicini alla nostra epoca, che attestano alluvionamenti dei due fiumi, sono conservati nell'archivio parrocchiale: l'anno 1765 "...nel mese di luglio caddero grandi piogge... i vicini fiumi rotti gli argini, rovesciarono in mezzo ai raccolti dei campi acque e flutti..." L'anno 1867 in ottobre "...ingrossarono straordinariamente...il Ronco e il Montone i quali non potendo più contenere le acque sorpassarono le rive e si riversarono nelle campagne". Tali eventi sono riportati in diversi altri documenti e dimostrano quanto fosse ancora difficile, anche dopo molte opere di bonifica eseguite fin dal Medio Evo, il contendere con le acque in questi territori.

L'intitolazione della Pieve a Pietro, principe degli apostoli, è abbastanza frequente nei luoghi di culto coevi delle nostre campagne: si veda S. Pietro in Silvis a Bagnacavallo, S. Pietro in Quinto a Pievequinta, S. Pietro in Gradigliano (oggi in Guardiano) verso S. Maria Nuova. Tale dedica può interpretarsi come diffusione del culto dell'apostolo che fu fra i primi artefici dell'evangelizzazione dell'Occidente. Per l'epoca in cui si consolidò la funzione dei centri plebani (IX- X sec.) è anche possibile ipotizzare che il titolo costituisse la proclamazione del diritto della Chiesa a rivendicare come patrimonio di Pietro, cioè del Papa suo successore, quelle terre che erano state prima dei Romani, poi degli esarchi bizantini, a lei "donate" da Pipino e poi da Carlo Magno, re dei Franchi dopo la sconfitta dei Longobardi (Vlll sec.).

L'intitolazione della Pieve a Pietro, principe degli apostoli, è abbastanza frequente nei luoghi di culto coevi delle nostre campagne: si veda S. Pietro in Silvis a Bagnacavallo, S. Pietro in Quinto a Pievequinta, S. Pietro in Gradigliano (oggi in Guardiano) verso S. Maria Nuova. Tale dedica può interpretarsi come diffusione del culto dell'apostolo che fu fra i primi artefici dell'evangelizzazione dell'Occidente. Per l'epoca in cui si consolidò la funzione dei centri plebani (IX- X sec.) è anche possibile ipotizzare che il titolo costituisse la proclamazione del diritto della Chiesa a rivendicare come patrimonio di Pietro, cioè del Papa suo successore, quelle terre che erano state prima dei Romani, poi degli esarchi bizantini, a lei "donate" da Pipino e poi da Carlo Magno, re dei Franchi dopo la sconfitta dei Longobardi (Vlll sec.).

Si è inoltre frequentemente riscontrato che i più antichi luoghi di culto cristiani sono sorti sugli stessi siti di luoghi di culto pagani, espropriati e donati alla Chiesa dopo il definitivo trionfo del cristianesimo come religione dello Stato Romano (Imp. Teodosio).

La scelta del santo patrono poteva quindi essere a volte condizionata dalle tradizioni religiose precedenti legate al luogo ove s'andava ad erigere la nuova Chiesa. Un esempio è costituito dalla riscoperta cappella di S. Maria in Bazzano, protettrice della fertilità, a San Zaccaria, sorta in un anno imprecisato dell'Alto Medio Evo sul luogo di un sacello della Dea Cerere, patrona delle messi. Recita una preghiera della sera in vernacolo romagnolo: "Bona nota a Sa Pir, che l'ha al ciev d'arvir e zil.. D'arvir e da srea.. L'anima mi a la voi salvé"

Tanto basta a riconoscerlo santo potentissimo, secondo le nostre tradizioni e in verità non possiamo nemmeno ipotizzare se e a quale culto pagano locale andasse a sostituirsi quello di S. Pietro in questa località del territorio ravennate.

Abbiamo già affermato che la Pieve in Trento, fra Forlì e Ravenna, appartiene alla giurisdizione ecclesiastica di Forlì, pur essendo situata in territorio ravennate. Le giurisdizioni civili e quelle ecclesiastiche non sono sempre state coincidenti nei secoli. Quelle ecclesiastiche, più conservatrici in genere, provano le appartenenze antiche dei territori ad ambiti di città diverse da quelle che li comprendono oggi. Anche la Pieve di S. Lorenzo, parrocchiale di S. Pietro in Vincoli, è ancor oggi in diocesi di Forlì, in quanto il confine con la diocesi contermini di Ravenna era il fiume Rondino, oggi chiamato Ronco.

Abbiamo già affermato che la Pieve in Trento, fra Forlì e Ravenna, appartiene alla giurisdizione ecclesiastica di Forlì, pur essendo situata in territorio ravennate. Le giurisdizioni civili e quelle ecclesiastiche non sono sempre state coincidenti nei secoli.

La cripta della pieve

Quelle ecclesiastiche, più conservatrici in genere, provano le appartenenze antiche dei territori ad ambiti di città diverse da quelle che li comprendono oggi. Anche la Pieve di S. Lorenzo, parrocchiale di S. Pietro in Vincoli, è ancor oggi in diocesi di Forlì, in quanto il confine con la diocesi contermini di Ravenna era il fiume Rondino, oggi chiamato Ronco.

 Da secoli il fiume ha mutato il suo corso in quello attuale e scorre davanti a Coccolia, eppure l'invisibile confine dei vescovadi permane e ci guida a scoprire le zone che un tempo appartenevano a territori della città romana di Forlì. L'architettura della pieve è denominata protoromantica o deuterobizantina, cioè ispirata a modelli bizantini diffusi dalla città di Ravenna, rielaborati nelle dimensioni e con particolarità architettoniche più padane. Tali edifici assolvevano alle origini, oltre che a funzioni religiose anche la funzione di presa di potere temporale.

Fu in questi secoli, infatti (IX - X) che il vescovo della città di Ravenna, forte delle immense proprietà fondiarie accumulate dalla chiesa ravennate, del favore degli imperatori tedeschi della dinastia degli Ottoni, della sua supremazia sui vescovi delle altre città emiliane e romagnole fra cui su quello di Forlì, si pose come entità di un potere sempre più simile a quello politico.

La nostra Pieve-madre ebbe funzioni battesimali (conservatisi nelle località limitrofe fin oltre il 1800), di sepoltura, di atti relativi all'evangelizzazione permanente della popolazione abitante nel distretto pievano, ma non solo. In questa sua funzione religiosa fu coadiuvata nei riti e nella catechesi dalle cappelle affiliate, situate nel suo territorio: Santa Maria de Albereta poi dedicata a San Marco, Santa Maria in Gregge, San Giuliano, San Quirico; cappelle che oggi non si sono conservate perché i punti d'attrazione degli stanziamenti diventarono altri, essendo mutati nei secoli i luoghi più opportuni all'abitabilità e alcuni percorsi viari. I villaggi, sorti in epoca posteriore vicino ad un ponte, ad un argine, ad una via, ad un incrocio, ebbero altri Iuoghi di culto che poi diventarono parrocchie.

La nostra Pieve e le sue cappelle, verso il Xlll secolo organizzate in Scole durante la signoria Polentana, riscuotevano tasse e donativi dai coloni che ne coltivavano i fondi. La Pieve riscuoteva la decima parte dei raccolti, che costituiva i beni per il sostentamento del clero urbano e per i monasteri, cui erano assegnate gran parte delle terre.

Altre terre di questa pieve erano date in godimento a nobili famiglie delle città vicine, con un contratto di lunga durata, I'enfiteusi, così lunga che divenne ereditaria e poi costituì un diritto di proprietà. Nel caso della Pieve di S. Pietro in Trento pare che il suo insediamento fosse dovuto all’assolvimento di una terza funzione, provocata da un’emergenza che intorno al X e Xl secolo era sempre più sentita: la fame di terre. La bonifica ricevette impulso in questi secoli, per i quali si segnala anche un relativo incremento demografico, dalla necessità di aumentare le derrate alimentari provenienti dal territorio per le città. Infatti, caduto l'impero romano, le opere di bonifica che mantenevano drenati i terreni destinati all'agricoltura, le strade tracciate per le centuriazioni, divennero gradualmente poco praticabili per la mancanza dei funzionari e della manodopera addetti a mantenerli. Le città di Ravenna e di Forlì, che in epoca romana ricevevano merci anche da luoghi lontani, si rivolsero allora ai territori più vicini per sopperire alle proprie necessità. La toponomastica ci può aiutare: le zone vicine di Roncalceci, Longana, sono attestate dall'origine del nome, I'una come zona boscosa bonificata con la ronca, I'altra come lunga lingua di terra emergente tra zone paludose.

I documenti dell'epoca testimoniano un graduale aumento dei fondi della Pieve in Trento, dall'epoca della sua fondazione (9 fondi) al massimo fiorire dell'organizzazione pievana (13 fondi). I più antichi hanno nomi di derivazione da fondi romani, i successivi hanno nomi con chiaro riferimento ad opere di bonifica. Pare quindi evidente che il territorio, in cui nasceva la Pieve di S. Pietro, fosse nell'Alto Medio Evo in parte conservato all'abitabilità e alle pratiche agricole, in parte soggetto a impaludamenti e occupato da vegetazione selvatica. Solo con opere faticose e prolungate fu riportato a terreno agricolo.

L'opera di bonifica ricevette impulso dall'insediamento della Pieve, con l'incremento del numero dei fondi coltivabili e del numero dei focolari, termine col quale nei censimenti vengono indicate le famiglie residenti (censimento Anglic).

Non ci deve, questo termine, richiamare l'intimità ad esso connessa nel costume postmoderno, ma quella che diventerà perdurando fino al XX secolo, la tassa del focatico, pagata da ogni nucleo famigliare.

Tratto dalla guida della Circoscrizione di Roncalceci di Vanda Budini.