Associazione culturale "La Ramona"

Villa Ramona

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Villa Ramona - San Pietro in Trento

Da via Ramona, che attraversa il paese di San Pietro in Trento, è visibile il prospetto del bell'edificio della villa. Infatti questa via ricalca per un buon tratto il percorso del viale antico che, attraversata un'ampia distesa a prato di quasi mezzo chilometro, immetteva all'ingresso principale. Era tradizione, nell'organizzazione degli spazi intorno alle dimore nobiliari di campagna del ravennate, che l'area antistante la villa fosse tenuta a prato, mentre il parco solitamente veniva posto ad occupare aree più o meno ampie sul retro degli edifici. Nel 1850 parte di questi terreni furono ceduti al Comune, che vi insediò l'attuale via di transito pubblico.

L'impianto originario della villa risale agli anni fra la fine del 1500 e l'inizio del 1600. Prese il nome dalla famiglia Ramoni di S. Angelo in Vado e giunse, pare per eredità conseguente un matrimonio, alla nobile famiglia Dal Corno. L'ultima erede fu Francesca che la portò in dote insieme al nome della propria casata ad Ippolito Lovatelli.

 

La villa fu rimaneggiata intorno al 1732. Le ali dell'edificio furono ampliate, con l'aggiunta nell'ala destra di una cappella di famiglia dedicata a San Francesco da Paola. Precedentemente l'oratorio si trovava distaccato dal corpo dell'edificio principale. La villa giunse ad avere l'aspetto attuale nel 1756, su progetto del perito - architetto ravennate Antonio Farini, che le diede la fisionomia tipica delle ville venete.

Mentre il visitatore si avvicina non può non notare il cancello che delimita I'ingresso all'area verde. E' un importante lavoro di ferro battuto, del XVII secolo, ornato di volute e motivi floreali sormontati dallo stemma gentilizio, realizzato con tanta aerea gentilezza da sovrapporsi come un ricamo al verde del parco - giardino e al prospetto dell'edificio.

La facciata si orna di due rampe opposte di scale che portano alla serliana d'accesso. Questa immette in un atrio aperto. Esso continua in un andito che divide la casa in due parti. E' affrescato con motivi floreali ed uccelli, secondo una moda della metà dell'Ottocento.

La villa non è aperta al pubblico ed ha subito al suo interno restauri, resi necessari anche da danni bellici; la decorazione e la destinazione degli spazi sono necessariamente mutate, pertanto cercheremo di privilegiare la lettura degli esterni.

Farini aggiunse alla facciata la sopraelevazione centrale a timpano, entro la quale è inserito l'orologio. Al culmine del timpano svetta la statua di San Rocco, protettore della famiglia dal Corno. Alle estremità vi sono altre due statue di significato simbolico che rappresentano la personificazione della Scienza e quella dell'Agricoltura. Nel frontone inoltre fu posta una lapide che riporta versi virgiliani delle Georgiche inneggianti alla felicità della vita degli agricoltori, lontani dalle feroci guerre "...cui terra produce da sé il cibo...". Ci pare opportuno ricordare che, all'epoca (seconda metà del 1700), questi temi erano assai cari ai nobili proprietari che nell'ambito del movimento culturale denominato Arcadia si dilettavano nel fingersi, nei loro salotti e teatri, pastorelli o pastorelle con aulici nomi ispirati o tratti da quelli dei personaggi dei poeti classici greco - romani. Le opere di Virgilio (I secolo d. C.) che dovevano servire, durante la cosiddetta Pax Augustea, a riportare il patriziato di Roma alle austere gioie della vita agreste, distogliendolo dal lusso e dalle mollezze dell'impero, riecheggiarono nelle nostre campagne per allietare le villeggiature dei nobili e delle loro piccole corti di amici e servitori, che soggiornavano in villa soprattutto nei periodi dei raccolti cui seguivano gli incameramenti della parte dominicale dei prodotti.

Le ali dell'edificio, arretrate, furono in questa fase di adeguamento ulteriormente ampliate fino ad assumere la forma ad U.

I disegni di Antonio Farini sono tuttora conservati nella biblioteca Classense di Ravenna, nel catasto Lovatelli.

Oggi davanti alla villa c'è un prato più ridotto che nel passato, contornato di piante d'alto fusto. Sono: ippocastani, tigli, abeti, cipressi, lauri aceri, cedri, tassi e magnolie piantati nel 1906 (dopo un uragano che aveva distrutto le antiche essenze arboree) dalla famiglia dell'ingegner Romolo Conti. Il Conti aveva acquistato casa e parte delle possessioni dal conte Teseo Lovatelli Dal Corno, il quale proprio nelle sale di questa villa aveva dato fondo, in nottate di gioco d'azzardo, alle fortune della sua famiglia.

Sul retro non c'è più il bel bosco che si estendeva per circa un ettaro. In esso era ricavato il teatro all'aperto con quinte di cipressi, delimitato da siepi di bosso, dove si recitavano commedie e pastorali in onore degli ospiti. Anche il labirinto, luogo di furtivi incontri di dame e cavalieri dalle parrucche incipriate, non è sopravvissuto allo scorrere del tempo e a destinazioni d'uso più utilitario di queste fertili terre.

Con il passaggio di proprietà furono trasferite dalla cappella della villa alla tomba gentilizia dei Lovatelli in Ravenna le sepolture di famiglia. Furono trasferiti anche i corpi delle due beate Margherita e Gentile, discepole del Beato Girolamo Malucelli di Mensa, che aveva fondato in Ravenna una congregazione religiosa, cui aveva aderito anche una Lovatelli. Insieme a questo sant'uomo i Lovatelli avevano contribuito ad erigere in Ravenna la Chiesa di Gesù Salvatore, dotandola anche di alcuni poderi. Su questa chiesa, come su altre, mantenevano il loro patronato.

Le reliquie delle due Beate sono oggi conservate nella Chiesa arcipretale di Russi, città dove erano nate e dove è loro dedicato un’altare.

I proprietari

L'edificio e le sue pertinenze furono al centro di tenute dei Lovatelli dal Corno, che giunsero a comprendere fino a 65 poderi.

Occuparono buona parte dei terreni coltivati: dal territorio di Roncalceci a Filetto, da San Pietro in Trento fino a San Marco, dove pare i Lovatelli avessero un'altra villa con due torri (notizia riportata dagli annali Fiandrini). A San Pietro in Trento possedevano la villa Ramona. Il fratello di Ippolito costruì per sé e i suoi, nella parte della tenuta verso Filetto, una nuova villa che chiamò Ramona Nuova . Il palazzo secentesco di città, che si trovava in via Mazzini, oggi ospita l’lstituto suore Tavelli.

La carraia Lovatelli, che da via Roncalceci porta all'argine destro del Montone, e la carraia con lo stesso nome, che dall'argine sinistro si dirige ad ovest, oggi sono vie pubbliche ma un tempo erano carraie private, interne alle tenute di questa famiglia. La presenza dei Lovatelli è documentata a Ravenna dall'XI secolo; chiamati dapprima Colombi mutarono il loro cognome in Lupatelli, divenuto poi Lovatelli (per una contaminazione dialettale da lupo lov). Nel 1700, come già detto, aggiunsero al proprio il cognome dei Dal Corno.

Il conte Ippolito, vissuto nel Settecento, era chiamato "Il Castellano", perché aveva avuto per sé e per quattro generazioni della propria famiglia I'investitura della Rocca Brancaleone dal Papa Pio Vl. La famiglia Lovatelli era inoltre proprietaria dei mulini di porta San Mama (1771). Ricevevano l'acqua dal canale dei Molini, che si dipartiva da chiusa San Marco, e giungevano a produrre mille quintali di farina al giorno. Considerando che fino ai primi decenni del Novecento perfino la farinetta che si depositava sugli arredi e intorno alle macine del mulino era spazzata e raccolta e rientrava nella vendita per le diete dei poveri, il governare mulini era un indubbio segno di potere economico.

Ippolito, il castellano, non poté godere i vantaggi dell'antica carica di cui lo aveva insignito il Papa, perché giunsero le armate di Napoleone a costruire un nuovo ordine. Lo ritroviamo così Presidente dell'amministrazione centrale del Rubicone, la "regionalizzazione" in dipartimenti voluta dal nuovo regno, che aveva Forlì come capitale della Romagna. Alla restaurazione dello Stato Pontificio un congiunto della famiglia, Francesco Lovatelli, non rientrò nel progetto di sostegno al potere temporale della Chiesa. Prese parte ai moti del 1831 e dopo il loro fallimento fu esule a Malta ed in Grecia. Ritornato in patria fondò a Ravenna una sezione della Giovine Italia. Fu di nuovo esule in Francia e poté rientrare solo alcuni anni dopo (1846) per l'amnistia concessa da Pio IX, il Papa elevato al soglio in odore di simpatie liberali. Francesco Lovatelli divenne allora uno dei personaggi più coinvolti nelle riforme del nuovo pontefice, fu capace di convogliare simpatie popolari al nuovo corso politico, tanto che nelle campagne si udirono i contadini inneggiare a "Checco, re d'ltalia".

Dopo il 1948, quando Pio IX cambiò politica, si ritirò dalle attività pubbliche, dedicandosi ad opere di bonifica e ad altre attività d'innovazione agricola nelle proprietà di famiglia. Fu assassinato sette anni dopo (1856), senza che il colpevole fosse mai identificato. Ciò lasciò spazio al dubbio che si trattasse di una condanna di settari che avessero voluto vendicare così quello che giudicavano un tradimento dei suoi ideali giovanili.

Nella proprietà della villa Ramona ad Ippolito succedette uno dei fratelli, Camillo, che la lasciò in eredità al proprio figlio Teseo. Di tutte le cospicue proprietà solo una con terreno a Gambellara ed una modesta casa di città si salvarono dai suoi sperperi. Terre, ville, ciò che restava della quadreria del castellano (661 quadri fra i quali i dipinti di pittori come Longhi, Rondinelli…), arredi furono alienati.

La famiglia in Ravenna si estinse nel 1945. Le sorelle di Teseo lasciarono la loro ultima proprietà, la casa di Ravenna, all'infanzia abbandonata.

Tratto dalla guida della Circoscrizione di Roncalceci di Vanda Budini.